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Negli anni passati valeva l’abitudine di posizionare gli impianti dove lo spessore d’osso lo permetteva, ciò costringeva l’operatore, per ricreare armonia ed estetica all’arcata dentaria, ad ampie correzioni sul manufatto protesico.

Spesso si poneva la necessità di creare un ampio sovracontorno “ridge lap“, causa spesso di inestetismi e parodontopatie.

Verso la fine degli anni 80’, la comparsa delle tecniche di rigenerazione dei tessuti, ci ha permesso di raggiungere predicibili risultati terapeutici funzionali ed estetici.

Le tecniche di rigenerazione del tessuti parodontali, ideate da Nyman e Dahlin, ci permettono di posizionare gli impianti in maniera “protesicamente guidata“ anche in presenza di un avanzato riassorbimento crestale.

Oggi si riesce, per la prima volta, grazie a queste metodiche chirurgiche, a coprire difetti ossei perimplantari precedentemente diagnosticati o scoperti in sede intraoperatoria (deiscenze, fenestrazioni ecc. ).

Nonostante le tecniche chirurgiche a nostra disposizione, è anche vero che ,un numero maggiore di atti operatori rappresenta un inconveniente per il paziente e che spesso gli interventi sui tessuti molli e duri praticati dall’odontoiatra, per raggiungere un risultato soddisfacente, vengono giudicati insoddisfacenti dal paziente.

E’ necessario mettere in atto tecniche chirurgiche implantoprotesiche compatte, in grado di ridurre il numero degli interventi e la loro invasività.

Da questo punto di vista sarebbe un vantaggio se, al posto dell’osso autologo, si potesse fare affidamento, con la certezza di una prognosi fausta, su sostituti ossei e/o su ormoni della crescita (BMP).

Sino ad oggi però, i trapianti d’osso autologo, dalle eccellenti proprietà osteoconduttive ed osteoinduttive, sono considerati il modello esemplare di riferimento tra tutte le tecniche di trapianto osseo.

Ciò implica il prelievo da un sito donatore diverso dal sito chirurgico implantare, con conseguente aumento del rischio di complicanze chirurgiche, morbilità e costi, oltre che maggior difficoltà e durata dell’intra e del postoperatorio.

Alla luce di tutti questi problemi la linea implantare Synthesy® e JETIMPLANT nel 1999 hanno brevettato uno strumento chirurgico del tipo fresa, per l’implantologia ed ortopedia.

Come è noto gli strumenti del tipo fresa, che vengono normalmente utilizzati in implantologia, non consentono il recupero del materiale osseo che viene asportato per fresatura. Inoltre, si incontrano notevoli difficoltà per ottenere un corretto raffreddamento degli strumenti durante le fasi operative.

La ditta JETIMPLANT e il Dr. Mauro Galvan hanno studiato e realizzato una fresa che offre sia la possibilità di confinare in una zona predeterminata il materiale osseo asportato, consentendo così la sua eventuale riutilizzazione che la possibilità di assicurare le condizioni ottimali di raffreddamento, con maggior durata per l’utensile e soprattutto con un’azione di fresatura più uniforme e corretta.

Lo strumento chirurgico presenta il vantaggio di non richiedere l’utilizzazione di valvole di non ritorno ad esso connesse per il raffreddamento durante la fase di foratura.

In particolare, si sottolinea che è stato realizzato un strumento chirurgico estremamente pratico e funzionale, il quale consente di avere a disposizione un elemento in grado di realizzare, con estrema praticità e precisione, tutti gli interventi di fresatura ossea, con il grande vantaggio di poter recuperare il materiale osseo asportato.

 

La fresa SLOTDRILL® possiede un semplice ed efficace sistema di raffreddamento interno senza valvola antireflusso.

 

La fresa SLOTDRILL® durante la fase di fresatura può confinare all’interno della sua particolare cavità “SLOT” il materiale osseo asportato, materiale ideale per tutta la chirurgia rigenerativa.

 

La fresa SLOTDRILL®, al contrario di tutti gli altri strumenti similari che possiedono piccoli fori e canali facilmente obliterabili dal materiale fresato, è facile da pulire e da sterilizzare dal personale abilitato.